Don Gianattilio: Il Signore che viene rettifica e purifica i nostri desideri
Nel terzo appuntamento di Lectio Divina, don G. Bonifacio, biblista e docente di esegesi del Nuovo Testamento presso lo Studio Teologico di Verona, guida una riflessione sul Vangelo di Matteo, soffermandosi sulla domanda di Giovanni a Gesù sulla sua identità messianica. “Gesù rovescia le aspettative, affermando che il più piccolo nel Regno dei Cieli è più grande di Giovanni, i nuovi criteri di valutazione è il Regno… una purificazione dei desideri alla luce del Vangelo.”
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Il Regno, il modo di agire di Gesù come criterio valutativo per la nostra esistenza.
La figura di Giovanni Battista, profeta austero e intransigente, domina l'inizio del ministero di Gesù nei Vangeli. Tuttavia, è in un momento di crisi e isolamento che la sua testimonianza raggiunge il suo apice teologico. Dalla prigione, Giovanni invia i suoi discepoli a porre a Gesù una domanda tanto semplice quanto radicale: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?». Questo interrogativo non nasce dal vuoto, ma da una profonda tensione tra l'attesa messianica e la realtà del ministero di Gesù. La presente analisi teologica esplorerà il significato profondo di questo scambio, concentrandosi sul contrasto tra le diverse visioni del Messia, la natura della rivelazione di Gesù e il radicale capovolgimento dei criteri di grandezza spirituale proposti dal Regno dei Cieli, basandosi sull'esegesi del testo matteano.
1. Il Contesto Narrativo: La Domanda di Giovanni nel Vangelo di Matteo
Un Interrogativo Preparato dalla Rivelazione
L'interrogativo di Giovanni Battista sorge in un punto cruciale della narrazione del Vangelo di Matteo. L'evangelista ha meticolosamente preparato il terreno, presentando Gesù attraverso due manifestazioni complementari della sua autorità. Prima ha rivelato la sua
parola, attraverso il Discorso della Montagna, e poi ha dimostrato le sue
opere, attraverso una serie di miracoli. La domanda di Giovanni, quindi, non è un evento isolato, ma la conseguenza diretta di una rivelazione che, pur essendo potente, si dimostra spiazzante persino per il più grande dei profeti.
La Parola e le Opere di Cristo
Matteo costruisce la presentazione di Gesù con una logica precisa. Dopo i primi passi del suo ministero, Gesù si manifesta come colui che parla con un'autorevolezza senza precedenti. Il Discorso della Montagna (Matteo 5-7) funge da
manifesto programmatico del suo annuncio, con al centro la proclamazione del Regno dei Cieli. Tuttavia, Matteo non si ferma alla parola. Nei capitoli 8 e 9, fa seguire a questo insegnamento una serie di
dieci miracoli. Questi gesti potenti non sono mere dimostrazioni di forza, ma segni concreti di liberazione che danno consistenza e spessore all'annuncio del Regno. Guarigioni ed esorcismi rendono sperimentabile la salvezza che Gesù proclama, chiedendo in cambio unicamente la disponibilità a fidarsi di lui.
La Diffusione del Messaggio
L'efficacia di questo duplice annuncio—in parole e in opere—non rimane confinata a Gesù. Con il discorso missionario e l'invio dei dodici discepoli, il messaggio inizia a diffondersi. È proprio questa diffusione che permette alla notizia delle «opere di Cristo» di raggiungere Giovanni Battista nella sua prigione. Il Vangelo, nella sua stessa propagazione, diventa così un'occasione di riflessione e di interrogazione. Esso suscita domande decisive non solo tra la folla, ma anche in colui che aveva dedicato la sua intera esistenza a preparare la via del Signore.
La Crisi del Precursore di Fronte al Messia
Questa attenta preparazione narrativa da parte di Matteo rende la domanda di Giovanni tanto sorprendente quanto teologicamente profonda. Proprio quando la fama di Gesù è al suo apice, colui che lo ha indicato come il Messia sembra dubitare. Si apre così un conflitto drammatico tra le aspettative umane, anche le più sante, e la realtà sconcertante del Messia rivelato da Dio.
2. Due Visioni del Messia a Confronto: Il Giudizio di Giovanni e la Speranza di Gesù
Il Cuore del Conflitto Teologico
La perplessità di Giovanni non deriva da una mancanza di fede, ma da una profonda discrepanza tra il Messia che egli attendeva e il Messia che Gesù stava manifestando. Giovanni si aspettava un giudice potente e imminente, pronto a purificare Israele con un intervento radicale. Gesù, al contrario, si rivelava attraverso gesti di compassione e promozione della vita, incarnando una logica divina completamente diversa.
L'Attesa di Giovanni: Il Regno come Giudizio Imminente
La prospettiva messianica di Giovanni Battista è severa e caratterizzata dall'urgenza del giudizio. Le sue metafore sono eloquenti:
- La scure è già posta alla radice degli alberi: un'immagine di giudizio radicale e non più procrastinabile.
- Il ventilabro in mano: per separare nettamente il grano (i giusti) dalla pula (i peccatori), destinata al fuoco.
Nella visione di Giovanni, il Regno si manifesta come un atto di giustizia divina tagliente. Di conseguenza, l'impegno umano, attraverso gesti di penitenza come il suo battesimo, è la condizione necessaria per poter "reggere" di fronte a questo imminente giudizio. Egli si attende che il Messia sia colui che, finalmente, maneggia questa scure e opera questa separazione definitiva.
La Risposta di Gesù: Il Regno come Promozione della Vita
Di fronte alla domanda dei discepoli di Giovanni, Gesù non offre una conferma teorica, ma indica le sue opere come unica e sufficiente risposta. La sua replica è una citazione implicita delle profezie di Isaia, che delinea una traiettoria completamente opposta a quella del giudizio:
i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo.
Questa non è la logica della separazione, ma quella della
promozione della vita per coloro che sono ai margini. Le categorie di persone elencate (poveri, sofferenti, affamati) sono le stesse che Gesù aveva proclamato "beate" nel Discorso della Montagna, rivelando così le Beatitudini come la vera chiave di lettura del suo ministero.
Dall'Impegno Umano all'Iniziativa Divina
Gesù opera una fondamentale inversione teologica. Se Giovanni poneva l'accento sull'
impegno dell'uomo per prepararsi ad accogliere il giudizio di Dio, Gesù rivela che
«la prima mossa la fa Dio». Egli stesso è il segno di questa iniziativa divina, che non si manifesta in un giudizio spietato, ma nell'offerta di una nuova speranza e nella riapertura dell'esistenza per i più deboli. Il Regno non è primariamente qualcosa da temere, ma una promessa di liberazione da accogliere con fiducia.
Questa inversione, che sposta il fulcro dall'impegno umano all'iniziativa divina, è così radicale da creare uno "spiazzamento" intellettuale e spirituale. È proprio questo ostacolo, questa sfida alle attese più radicate, che Gesù definisce con il termine teologicamente denso di "scandalo".
3. Lo Scandalo del Messia Crocifisso: La Rettifica delle Attese
Il Significato Teologico dello "Scandalo"
La risposta di Gesù si conclude con un avvertimento che è, in realtà, un invito:
«beato chi non trova in me occasione di scandalo». In questo contesto, lo "scandalo" non è un peccato morale, ma l'ostacolo che la mente umana incontra di fronte a una logica divina che sovverte le proprie attese di potere, giustizia e grandezza. Gesù invita i suoi interlocutori, e Giovanni per primo, a confrontarsi con questo "spiazzamento" e a riconoscervi il modo autentico di agire di Dio.
Interpretare lo "Spiazzamento"
Il modo di agire di Gesù risulta profondamente disorientante per Giovanni e per il contesto giudaico dell'epoca. L'attesa comune era per un Messia trionfante, un liberatore politico o un giudice inflessibile. L'idea che il Messia potesse essere associato alla debolezza, alla sofferenza e alla condivisione della sorte degli ultimi era inconcepibile. La traiettoria di Gesù, invece, è quella di colui che
si fa carico delle persone umili e ne condivide il cammino, un percorso che trova il suo culmine inevitabile nella croce.
Il Messia Crocifisso come Scandalo per Eccellenza
Questo spiazzamento raggiunge il suo apice in quello che l'apostolo Paolo definirà lo scandalo per eccellenza: il
Messia crocifisso. La croce era l'antitesi assoluta dell'attesa messianica. Per la mentalità del tempo, era teologicamente impossibile che l'inviato di Dio potesse fare i conti con la sofferenza e la morte. La croce non era solo il supplizio infamante riservato dall'impero romano ai ribelli, ma era anche considerata un segno della maledizione divina (cfr. Dt 21,23). Essa rappresenta il rovesciamento definitivo di ogni logica di potere, trasformando il simbolo della sconfitta e della vergogna nel culmine della rivelazione dell'amore di Dio. È questa la logica che Giovanni, dalla sua prigione, era chiamato a intravedere e ad accogliere.
La Purificazione del Desiderio
In questo senso, Giovanni Battista diventa un modello per ogni credente. Il suo dubbio onesto e il suo spiazzamento rappresentano il percorso necessario che ogni discepolo è chiamato a compiere: quello di
rettificare e purificare i propri desideri. L'incontro con Cristo domanda di lasciar cadere le nostre proiezioni su di Lui. La "rettifica" consiste nel passare dal desiderio di un Dio che convalidi il nostro senso di giustizia e potere, al desiderio di un Dio che si rivela nella vulnerabilità e nella misericordia, riorientando così i nostri stessi valori e le nostre azioni.
Conclusa questa prima scena, l'attenzione si sposta dalla domanda di Giovanni alla riflessione che Gesù offre alla folla sulla vera identità del suo precursore.
4. Elogio del Profeta e il Paradosso della Grandezza
Dalla Difesa al Paradosso
Una volta partiti i discepoli di Giovanni, Gesù si rivolge alla folla non per criticare il suo precursore, ma per tesserne un elogio vibrante. Dopo aver sfidato le attese di Giovanni, ne difende vigorosamente la statura profetica, per poi introdurre un paradosso ancora più radicale, che ridefinisce completamente il concetto di grandezza nel Regno dei Cieli.
Il Simbolismo del Deserto
Gesù inizia chiedendo alla folla cosa sia andata a vedere nel deserto. La scelta di questo luogo da parte di Giovanni è teologicamente significativa. Il deserto è il luogo dell'essenzialità, della decisione radicale, della scelta netta (
aut-aut). È il luogo dove si è costretti a confrontarsi con Dio senza mediazioni, dove si può morire o sperimentare la grazia. Gesù lo contrappone ai luoghi del potere e della comodità:
- Giovanni non è una «canna» mossa dal vento, simbolo di debolezza e incostanza.
- Giovanni non è un uomo in «vesti sontuose», che appartiene alle «case dei re».
Il deserto discrimina e richiede una presa di posizione. Giovanni incarna questa radicalità.
Il Più Grande dei Profeti
Per Gesù, Giovanni non è solo un profeta, ma
«il più grande dei profeti». La sua grandezza risiede nella sua funzione unica e irripetibile. Egli è il punto di arrivo di tutta la profezia dell'Antico Testamento e, allo stesso tempo, l'unica figura in grado di indicare fisicamente il Messia presente, facendo da cerniera tra il tempo della promessa e quello del compimento. Egli è il messaggero che prepara la via, realizzando la Scrittura:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. (una citazione composita che attinge principalmente da Malachia 3,1 e Esodo 23,20, adattata da Matteo al suo scopo cristologico)
La sua importanza è dunque quella di creare le condizioni perché il Messia possa essere riconosciuto.
Il Rovesciamento Finale: "Il Più Piccolo è Più Grande"
Proprio al culmine del suo elogio, Gesù introduce una frase strabiliante che rovescia ogni criterio:
Fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni Battista; però il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui.
Con l'avvento di Gesù, emerge una novità assoluta che riformula i criteri di valutazione. La grandezza non è più definita dalla statura profetica, dall'ascesi o dall'impegno morale, ma dall'accoglienza fiduciosa del Vangelo. I
«più piccoli» sono i discepoli: coloro che, senza possedere la grandezza ascetica di Giovanni, si fidano di questo Messia umile e non si scandalizzano del suo modo di agire. La loro grandezza non deriva da meriti personali, ma dal dono di appartenere al Regno inaugurato da Cristo.
Questo rovesciamento dei criteri non riguarda solo la valutazione di Giovanni, ma interpella direttamente ogni ascoltatore sulla vera natura della vita cristiana.
5. L'Inquietudine del Vangelo come Criterio di Vita
Il brano che abbiamo meditato ci ha condotto in un viaggio teologico profondo della realtà del Regno. Siamo partiti dalla domanda di Giovanni, sorta da uno scontro tra due visioni messianiche: quella del giudizio imminente e quella della speranza offerta agli umili. Abbiamo visto come la risposta di Gesù inviti a superare lo "scandalo" di un Messia sofferente, la cui massima rivelazione è la croce. Infine, attraverso l'elogio di Giovanni, Gesù ci ha presentato il paradosso della nuova grandezza nel Regno, che non si fonda sull'eroismo umano ma sulla fiducia filiale nel Vangelo.
L'insegnamento centrale che questa pagina del Vangelo di Matteo ci consegna è la necessità di essere disponibili a
lasciare che il Vangelo ci possa inquietare. L'incontro con il Signore che viene non è mai un'esperienza consolatoria che conferma le nostre certezze. Al contrario, ci costringe a riesaminare e riconsiderare costantemente i criteri con cui valutiamo la nostra esistenza, le situazioni e le persone.
Appello Finale alla Rettifica
L'esperienza di Giovanni Battista, con il suo dubbio e il suo spiazzamento, diventa così un paradigma per la vita di fede. L'incontro con Gesù è un invito costante a
rettificare i nostri desideri. Ci chiama a purificare ciò che desideriamo nel profondo, non per annullarlo, ma per allinearlo non più alle nostre attese umane di successo e potere, ma alla sorprendente e liberante logica del Vangelo. È in questa continua conversione del desiderio—dall'attesa di un Dio che serva i nostri progetti alla disponibilità a servire il Suo progetto che si rivela nella piccolezza—che si trova la vera grandezza del "più piccolo" nel Regno dei Cieli.